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L’iniziativa, oltre a essere un diretto riconoscimento alla memoria di Otto Hofmann (1907-1996) - di cui è ricorso nel 2007 il centenario della nascita - rappresenta l’occasione per approfondire gli aspetti poetici dell’arte astratta nel XX secolo, attraverso l’opera di un artista che ben rappresenta quelle caratteristiche di interdisciplinarietà che hanno segnato le avanguardie europee del secolo scorso. L’esposizione, ideata e curata da Giovanni Battista Martini, promossa da Palazzo Ducale Fondazione per la Cultura in collaborazione con Goethe InstitutGenua, con il sostegno della Compagnia di San Paolo, prevede una esaustiva lettura dell’opera dell’artista e del suo percorso storico e creativo dagli anni 20 agli anni 90. Le prime opere documentano il periodo della permanenza al Bauhaus di Dessau (1927-1930), nel cui edificio tenne la prima mostra personale, ai primi anni 30, e l’attività svolta in Germania, dove gli vennero dedicate importanti esposizioni pubbliche, prima che la ferrea censura Nazista gli notificasse il divieto di dipingere e che i suoi quadri, precedentemente acquistati da diversi musei tedeschi, venissero confiscati come Arte Degenerata.
Il periodo trascorso al Fronte e in prigionia in Russia (1940-1946) è documentato da una serie di preziosi acquarelli di intensa e struggente bellezza eseguiti sulle lettere inviate alla moglie e agli amici artisti, testimonianza della sua intima estraneità alla guerra e dell’orrore provato durante il conflitto.
Seguono le opere che vanno dall’immediato dopoguerra, realizzate al suo ritorno dalla Russia in Turingia, in un clima di sofferenza a causa delle crescenti divergenze di ordine politico con la nuova classe dirigente comunista, a quelle realizzate nel 1950/1951 appena arrivato a Berlino Ovest dopo aver lasciato precipitosamente la Germania Orientale, abbandonandovi ogni avere e la quasi totalità delle opere. Il percorso della mostra continua attraverso dipinti, disegni e oggetti, a testimoniare i vari spostamenti dell’artista tra Berlino, Parigi e il Canton Ticino, documentando anche la sua attività nel campo del design (porcellane e ceramiche realizzate per le manifatture Hutschenreuther e Rosenthal), della grafica (xilografie e litografie realizzate negli anni 40), fino all’ultimo ventennio vissuto in Italia, a Pompeiana, piccolo comune della Riviera Ligure dove si era stabilito, come tanti altri prima di lui, basti pensare al soggiorno di Monet a Bordighera, attratto dalla luce e dalla bellezza del paesaggio. Per una maggiore comprensione della complessità didattica del Bauhaus, la mostra è supportata da una rassegna fotografica con 50 fotografie originali di molti artisti Bauhaus (Moholy-Nagy, Lucia Moholy, Florence Henri, Walter Peterhans, Lux Feininger, Piet Zwart, Franz Roh, Greta Stern… e naturalmente Hofmann). Questo ulteriore contributo mette in luce come tra le due Guerre sia nata in Europa e in particolare in Germania l’esigenza di definire la fotografia come un elemento autonomo, sia come fatto espressivo rispetto alla pittura, sia rispetto a un uso descrittivo e documentaristico del mezzo fotografico.
Gli artisti del Bauhaus svolgono un’intensa sperimentazione in questo settore e Laszlo Moholy-Nagy è il precursore e la figura chiave di questa nuova ricerca. Essi elaborano l’immagine fotografica creando prospettive inusuali, tagli insoliti e con riprese estremamente ravvicinate ci restituiscono un’interpretazione del mondo circostante, della vita quotidiana, che determina l’affermarsi di nuovi codici formali nell’ambito dei linguaggi artistici. Anche Hofmann aderisce a questa sperimentazione, ottenendo risultati importanti, come testimoniano alcune sue foto esposte. http://www.palazzoducale.genova.it/hofmann/index.html
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