LE STORIE

Dibattito tra fotogiornalisti professionisti: le immagini belle rendono la guerra meno terribile?

I fotogiornalisti professionisti e il curatore intenti alla discussione. Fila posteriore (da sinistra a destra): Mashid Mohadjerin, Ilvy Njiokiktjien, Daniel Etter, Roberto Koch, Paolo Pellegrin. Fila anteriore: Alvaro Ybarra Zavala, Carolina Arantes, Magnus Wennman, Simona Ghizzoni.

Le suggestive e patinate fotografie di guerra di James Nachtwey hanno suscitato l'ammirazione degli spettatori di tutto il mondo, ma hanno sollevato anche una questione etica: la bellezza contribuisce a idealizzare la sofferenza delle persone?

In occasione della retrospettiva su James Nachtwey al Palazzo Reale di Milano, il curatore Roberto Koch ha invitato otto fotogiornalisti di tutta Europea per discutere di un tema importante. La bellezza delle immagini influisce negativamente sui racconti di guerra oppure è un aspetto da cui la fotografia documentaristica può trarre beneficio? E ancora, mostrare punti di vista diversi delle zone di guerra offre più rischi o vantaggi?

Alla discussione hanno partecipato i Canon Ambassador Alvaro Ybarra Zavala, Carolina Arantes, Daniel Etter, Ilvy Njiokiktjien, Magnus Wennman, Paolo Pellegrin, Mashid Mohadjerin e Simona Ghizzoni.

Roberto Koch: Secondo voi l'estetizzazione della fotografia di guerra e documentaristica è problematica? Oppure contribuisce a rendere certi temi più accettabili per lo spettatore? E tutto ciò ha un impatto sulle vostre opere?

Ilvy Njiokiktjien: All'inizio dell'anno, ho realizzato il ritratto di una famiglia in fuga dal Sudan meridionale e per lo scatto ho utilizzato le luci. Ciò ha conferito all'immagine uno stile particolare. Non è stato intenzionale, ma ha sollevato un acceso dibattito nei Paesi Bassi perché la foto è stata inclusa nella prima pagina del principale quotidiano nazionale e secondo l'opinione pubblica era troppo estetizzata per mostrare la tragicità della situazione nel Sudan meridionale.

Ho cercato di partecipare alla discussione, ma non ho mai compreso quale fosse il problema, perché alla fine la foto è stata vista da molte persone e faceva parte di una serie di scatti che mostravano la situazione nel Sudan meridionale.

Female photographer Ilvy Njiokiktjien speaks in the discussion, while the other debaters listen.
La Canon Ambassador olandese Ilvy Njiokiktjien afferma che una sua recente foto di una famiglia del Sudan meridionale scattata a marzo 2017 ha suscitato delle discussioni per via del suo stile estetico.
Ilvy Njiokiktjien's portrait of a South Sudan family, grouped closely together, with one main light illuminating them.
Elena Jacob Bilal, 65 anni, abbraccia i suoi tre nipoti in un campo per rifugiati delle Nazioni unite nella città di Wau, nel Sudan meridionale. Ha sollevato un acceso dibattito nei Paesi Bassi, perché secondo l'opinione pubblica la foto era troppo estetizzata per mostrare la tragicità della situazione. Scatto realizzato con Canon EOS-1D X e obiettivo Canon EF 24-70mm f/2.8L II USM. © Ilvy Njiokiktjien
Christian Ziegler’s

Iscriviti alla newsletter

Fai clic qui per scoprire le storie da cui trarre ispirazione e le notizie entusiasmanti di Canon Europe Pro

Mashid Mohadjerin: Secondo me, il problema è che le persone si aspettano che mostriamo gli aspetti tragici e terribili, mentre è possibile trovare la bellezza anche nelle situazioni più remote e disperate. È insita in quelle situazioni, non è qualcosa che aggiungiamo noi. Ma per le persone vedere guerra e bellezza insieme è una contraddizione, qualcosa che non viene sempre accettato. È difficile, perché a volte mi ritrovo a cercare una situazione più terribile di quella che ho davanti agli occhi e non ha senso farla sembrare peggiore di quella che è in realtà.

Paolo Pellegrin: Secondo me, nella tradizione artistica occidentale la bellezza è ciò che può essere considerato il primo livello. È il filtro con cui vediamo le cose, ciò che ci consente di stabilire una connessione con i soggetti. Le forme e la composizione sono gli strumenti che i fotografi hanno a disposizione per cercare di comunicare il significato di una situazione. Per cui, secondo me cercare di ottenere l'immagine migliore possibile non rende onore solo al fotografo, ma anche al soggetto. Mostro sempre un po' di incertezza e di disagio quando qualcuno afferma che una mia immagine è "troppo bella". Troppo bella rispetto a cosa?

L'altro punto chiave è quello di cui stava parlando Mashid. Uno dei misteri della vita è che possiamo trovare la bellezza anche nella tragedia. Ogni situazione non presenta un solo punto di vista. La bellezza può trovarsi in un atto di coraggio, quando lo spirito umano tenta di superare una situazione difficile. Non trovo offensive le cosiddette immagini belle. Penso semplicemente che "il fotografo abbia fatto del suo meglio per produrre un'immagine degna di essere realizzata".

Ilvy Njiokiktjien: Sì, sarebbe troppo semplicistico pensare che un'immagine brutta, scattata rapidamente o non composta con attenzione sia più onesta.

Alvaro Ybarra Zavala: Secondo me la bellezza è un ottimo modo per combattere la discriminazione e il pregiudizio, come nel caso dell'islamofobia. La fotografia può mostrare il lato bello di ciò che è oggetto di discriminazione.

Roberto Koch: Non penso che siano stati i fotografi a iniziare questo dibattito sulla bellezza. Non ho mai sentito un fotografo affermare che una fotografia bella è una buona fotografia. La discussione è partita dal mondo della critica d'arte.

Two people stand in front of black and white photographs by James Nachtwey, depicting young children in rusty cots and beds.
Visitatori guardano le foto di orfani rumeni scattate da James Nachtwey nel 1990. In occasione dell'apertura della retrospettiva su James intitolata Memoria presso il Palazzo Reale di Milano, il curatore Roberto Koch e otto fotogiornalisti di fama internazionale hanno discusso del possibile rischio dal punto di vista etico dell'idealizzazione della sofferenza nelle loro immagini. © Alessandro Brasile

Mashid Mohadjerin: C'è anche la questione del tipo di immagini che vengono realizzate in determinati luoghi. Ad esempio, i fotografi continuano a scattare immagini stereotipate dell'Africa che promuovono l'idea errata che l'intero continente sia martoriato dalla fame e dalla guerra. Dobbiamo pensare a come mostrare anche altri aspetti di luoghi come il Medio Oriente o l'Africa, magari il loro lato felice o altre cose che avvengono lì, non solo il loro lato tragico.

Ilvy Njiokiktjien: Questa concezione è frutto di un modo di pensare colonialista che si è diffuso quando tutti i fotografi sono partiti dagli Stati Uniti o dall'Europa alla volta di luoghi esotici e lontani per scattare foto che scioccassero il pubblico nei loro Paesi di origine. Secondo me, parte di questo modo di pensare è ancora insito in noi quando ci rechiamo in certi luoghi. Ad esempio, quando andiamo in Sudan o in Somalia, pensiamo che dobbiamo mostrare aspetti già noti di quei posti.

Daniel Etter: Sì, si finisce per rafforzare gli stereotipi. Tuttavia, questo aspetto è controbilanciato dall'attività dei fotografi del luogo.

Ilvy Njiokiktjien: È vero, ma quanta visibilità hanno le loro opere?

Daniel Etter: Non vengono mostrate abbastanza, ma esistono.

Paolo Pellegrin: Allo stesso tempo, dobbiamo anche mostrare ciò che succede nel mondo. Ad esempio, come facciamo a non documentare la terribile situazione in cui versa il Sudan meridionale? Il fattore principale è che dobbiamo mostrare rispetto e, secondo me, la bellezza delle immagini ci aiuta in questo.

Roberto Koch: Qualcuno di voi ha mai scelto di ritrarre immagini scioccanti per conferire alle proprie storie un impatto maggiore?

Magnus Wennman: No, non scioccanti. Quando si racconta una storia dobbiamo trovare il modo migliore per aiutare lo spettatore a comprenderla e per colpirlo emotivamente. Ma non è necessario ricorrere a immagini scioccanti: basta mostrare empatia e rispetto, ritraendo immagini di persone con cui gli spettatori possano relazionarsi e che possano comprendere. Un'immagine dai toni pacati ha un impatto maggiore se chi la guarda può relazionarsi con essa.

Male photographer Paolo Pellegrin argues his point, as others listen thoughtfully.
Il Canon Ambassador italiano Paolo Pellegrin afferma che le fotografie di guerra devono per prima cosa stabilire una connessione umana.

Paolo Pellegrin: Se pensiamo alla storia della fotografia di guerra, le immagini che esercitano il maggiore impatto visivo non sono solo quelle più crude e scioccanti, ma anche le foto che, con toni più pacati, raccontano una storia che consente di stabilire una connessione emotiva con chi le guarda. Il sangue non funziona. La sua vista riesce solo a scioccare, nient'altro. La connessione umana ha sempre un impatto maggiore.

Carolina Arantes: È una questione delicata. Ad esempio, per me le immagini di James Nachtwey sono molto scioccanti.

Paolo Pellegrin: Davvero?

Carolina Arantes: Sì, le trovo molto forti e a volta faccio fatica a guardarle. Ma in una certa misura lo shock di quelle immagini è assorbito dal loro carattere etico. Ad esempio, secondo me la sua foto della guardia del corpo che salva il ragazzo siriano in Grecia è molto forte, ma l'ho trovata anche poetica e dotata di valenza etica. Tuttavia, a prescindere dalla loro bellezza, per me la questione principale delle foto è se funzionano davvero. In che modo la fotografia può rivelarsi un mezzo efficace nella difficile situazione globale odierna?

Roberto Koch: Hai la risposta a questa domanda?

Carolina Arantes: No.

Simona Ghizzoni: Vorrei tornare alla tua domanda, Roberto: qual è la tua opinione in qualità di curatore della mostra di Nachtwey?

Roberto Koch: Secondo me il punto fondamentale delle opere di James è il loro carattere etico. Pertanto, da questo punto di vista, rappresentano un buon esempio dell'impatto esercitato da una singola immagine quando spinge le persone a porsi degli interrogativi. Da sempre ritengo che una buona immagine debba suscitare delle domande piuttosto che fornire una risposta, perché non c'è mai una risposta.

Male photographer Daniel Etter discusses his ideas, while others listen.
Il Canon Ambassador tedesco Daniel Etter sottolinea il fatto che lo scopo della fotografia documentaristica è ritrarre eventi in modo realistico, indipendentemente dallo stile estetico scelto dal fotografo.

Daniel Etter: In un certo senso, penso che la vera bellezza della fotografia sia proprio questa: il suo essere incompleta. Il fotografo offre una presentazione delle sue riflessioni, delle sue idee e delle sue reazioni emotive. Ma ogni volta la storia viene completata dagli occhi di chi guarda la foto. Per cui, un'immagine esiste veramente soltanto quando viene vista e ogni spettatore la percepisce in modo diverso. Secondo me si tratta di un aspetto estremamente interessante, che non riguarda soltanto il fotografo e il soggetto, ma chiama in gioco anche una terza entità: la persona che guarda, che, indirettamente, diventa parte del momento della creazione.

Un altro elemento cruciale di queste fotografie è il loro carattere di documento. Che siano più o meno scioccanti, che abbiano toni pacati, che siano realizzati a colori o in bianco e nero, questi documenti possono essere utilizzati non solo per raccontare la storia, ma anche per definire le responsabilità. E, secondo me, questo è l'aspetto più importante. La forma e le modalità di realizzazione possono variare, ma alla base della fotografia documentaristica c'è il fatto che ritrae azioni compiute dagli uomini nei confronti di altri uomini. Ed essere coinvolti nella creazione di questi documenti è qualcosa di eccezionale.

Alvaro Ybarra Zavala: Secondo me, la forza delle immagini di Nachtwey è il fatto che aprono interrogativi su chi siamo, sulle caratteristiche della nostra specie e sul perché ripetiamo gli stessi errori generazione dopo generazione.

Roberto Koch: Pensi che la maestria di un buon fotografo possa dipendere dalle circostanze? Le sue opere potrebbero essere ritenute di grande effetto non solo perché ci aiutano a comprendere qualcosa, ma anche perché nessun altro documento o espressione visiva ha lo stesso impatto di quelle foto?

Alvaro Ybarra Zavala: Decisamente sì. Immagina un mondo senza fotografi. E, sebbene il fatto di ritrarre eventi che non ci riguardano in prima persona ponga interrogativi di carattere etico [perché si rischia di trasferire nelle foto i propri preconcetti riguardo a un luogo], vale sempre la pena creare questi documenti. Altrimenti verremmo tutti lasciati al buio, il che potrebbe essere molto pericoloso.

Per ulteriori informazioni sui Canon Ambassador, leggi le pagina relative al programma Ambassador di Canon Europe.

Scritto da Kathrine Anker


Articoli correlati

Visualizza tutto

Leggi la newsletter

Fai clic qui per scoprire le storie da cui trarre ispirazione e le notizie entusiasmanti di Canon Europe Pro

Registrati ora