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La crisi in Italia: documentare il coronavirus

A man lies in bed surrounded by Italian Red Cross volunteers. A painting of the Virgin Mary hangs on the wall. Photo by Fabio Bucciarelli.
Il paziente Covid-19 Claudio Travelli riposa a letto dopo essere stato visitato dai volontari della Croce Rossa Italiana, fotografato da Fabio Bucciarelli. Claudio aveva deciso di rimanere a casa, ma pochi giorni dopo i suoi livelli di ossigeno sono diminuiti ed è stato portato d'urgenza in ospedale. Scatto realizzato con fotocamera Canon EOS R e obiettivo Canon RF 35mm F1.8 Macro IS STM a 1/160 sec, F1.8 e ISO1600. © Fabio Bucciarelli per The New York Times

Quando la Covid-19 ha iniziato a diffondersi in tutto il mondo, il Nord Italia è diventato il maggiore focolaio dell'epidemia in Europa. Con un sistema sanitario al collasso, i medici hanno parlato delle scelte strazianti che sono stati costretti a fare, come decidere quali pazienti negli ospedali sovraffollati avrebbero avuto accesso alle terapie intensive e ai ventilatori, che erano così scarsi.

Pubblicate sul New York Times, le immagini potenti e intime di Fabio Bucciarelli, scattate nei reparti ospedalieri e nelle case dei pazienti affetti da coronavirus, hanno messo in luce la realtà di queste scelte di vita o di morte.

Fabio, fotografo esperto di conflitti che ha trascorso gli ultimi 10 anni a documentare le guerre e le loro conseguenze in Iraq, Siria e Libia, e che recentemente ha vinto il secondo premio nella categoria General News ai World Press Awards 2020 per le immagini delle proteste in Cile, questa volta ha rivolto il suo obiettivo verso la battaglia che si sta svolgendo nel suo paese.

I contenuti audio sono disponibili soltanto in inglese.

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Fabio ha raccontato la crisi dall'interno, al fianco di Francesca Tosarelli, le cui riprese delle famiglie in difficoltà e degli ospedali sotto assedio sono state trasmesse su Channel 4 News, ARTE, NBC e Al Jazeera. Filmmaker e direttrice della fotografia, ha sviluppato progetti su questioni sociali, di genere e di migrazione, tra cui storie di attivisti per l'ambiente nella capitale irachena Baghdad, di guerriglie di donne ribelli nella Repubblica Democratica del Congo e di migranti honduregni in fuga dalla criminalità organizzata.

In questo articolo, Fabio e Francesca spiegano le difficoltà che hanno incontrato nel raccontare il virus in modo sicuro ed etico, e descrivono come è stato assistere alla tragedia umana che si è consumata davanti ai loro occhi.

A man sits in his living room wearing breathing apparatus surrounded by Italian Red Cross volunteers. Photo by Fabio Bucciarelli.
I volontari della Croce Rossa aiutano il 41enne Antonio Amato a prepararsi per andare in ospedale per sospetta infezione da Covid-19, mentre moglie e figli guardano con ansia dalla stanza accanto. Scatto realizzato con Canon EOS 5D Mark III (ora sostituita da Canon EOS 5D Mark IV) e obiettivo Canon EF 24mm F1.4 II USM a 1/200 sec, F2.8 e ISO1000. © Fabio Bucciarelli per The New York Times

Non solo strade deserte

Quando è iniziato il lockdown in Italia, le immagini che si vedevano più spesso erano di cittadini con le mascherine e di strade stranamente vuote. "Avevo visto immagini di luoghi deserti e dell'acqua limpida a Venezia, ma non c'erano molte immagini che mostrassero il Covid-19 dall'interno", racconta Fabio. "Mancava una parte della storia", aggiunge Francesca.

Dopo aver contattato i volontari della Croce Rossa della regione più colpita, la Lombardia, ai due è stato dato il permesso di unirsi alle chiamate di emergenza per sospetti pazienti Covid-19 nella città di Bergamo. Fabio, su incarico del New York Times, e Francesca, che lavorava a pacchetti per diversi canali di informazione, si sono avventurati in quello che allora era l'epicentro dell'epidemia, per documentare le vittime nelle loro case, negli ospedali e, in alcuni casi, in obitori improvvisati.

"Ho assistito al crollo di un sistema", afferma Francesca. "Da italiani siamo abituati ad avere un ottimo sistema sanitario pubblico. È scioccante quando non funziona più. Non si trattava solo di medici nelle terapie intensive che si chiedevano: 'Dobbiamo fare delle scelte, chi è la persona che può essere salvata?'. Ho visto più volte la stessa scena: arrivare sul posto e incontrare un paziente che aveva bisogno di essere ricoverato in ospedale, ma non era possibile".

Francesca Tosarelli wears PPE, and holds a Canon EOS C300.
Francesca e Fabio hanno ricevuto indumenti protettivi da indossare per entrare nelle case dei pazienti e negli ospedali. Hanno anche dovuto proteggere il loro kit per evitare contaminazioni. © Francesca Tosarelli

Sicurezza ed etica nel documentare il Covid-19

Quando arrivavano a casa di un paziente, i volontari presentavano Fabio e Francesca ai membri della famiglia, in modo da poter chiedere il permesso per le riprese. "Il più delle volte siamo stati accolti molto calorosamente", racconta Francesca. "Capivano che l'Italia era di qualche settimana avanti rispetto al resto dell'Europa e che mostrarlo era molto importante".

Dopo di che iniziava un protocollo di sicurezza dettagliato, illustrato dalla Croce Rossa, per proteggere sé stessi e gli altri dalla diffusione del virus. Potevano entrare in casa di qualcuno solo dopo aver indossato tute bianche, mascherine, occhiali protettivi e due paia di guanti. All'uscita, tutto doveva essere accuratamente rimosso e smaltito o igienizzato, compresa l'attrezzatura fotografica.

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"Quando entri in un luogo ad alto rischio di infezione, come le case o gli ospedali, è possibile che tutto possa essere infetto", afferma Fabio. "E quindi anche la tua fotocamera. Lavoravo solo con due fotocamere: Canon EOS R con obiettivo Canon RF 35mm F1.8 Macro IS STM e Canon EOS 5D Mark III con obiettivo Canon EF 24mm F1.4L II USM. Di solito avevo con me anche un 50mm, ma non c'era modo di cambiare obiettivo, perché non potevo portare con me una borsa".

Pur avendo spesso meno di 30 minuti a disposizione con le famiglie, Francesca e Fabio erano decisi a trattare i loro soggetti con dignità. "Se sei un filmmaker, devi avere rispetto ed empatia", sostiene Francesca. "È la cosa più importante".

"Questo tipo di lavoro non consiste nell'andare per strada e scattare qualche foto", aggiunge Fabio. "La famiglia firma una liberatoria, ma soprattutto ti apre le porte di casa sua. Cercare di costruire un rapporto con il soggetto, anche solo per pochi minuti, è molto importante. In questo modo sarai sicuro di ottenere la foto giusta".

Una storia, due mezzi

I due, che in passato hanno collaborato su storie di migranti al confine con gli Stati Uniti, hanno viaggiato insieme a Bergamo e dintorni mentre lavoravano a storie separate per diversi organi di stampa. "Sono una filmmaker e Fabio è un fotoreporter, per cui, con qualche compromesso, siamo un'accoppiata vincente", afferma Francesca. "Devi fare attenzione a non entrare nell'inquadratura dell'altro".

Francesca ha girato con Canon EOS C300 (ora sostituita da Canon EOS C300 Mark III), la sua fedele compagna da diversi anni, che è sopravvissuta anche all'immersione in un fiume messicano. L'ha abbinata a un obiettivo Canon EF 24-105mm F4L IS USM. "Mi stavo occupando delle notizie come farebbe una documentarista", afferma. "Dare le notizie può aiutarti a capire il problema. Secondo me, telegiornali e documentari funzionano bene insieme. Ho iniziato come fotografa, quindi non potrei occuparmi di nessun tipo di incarico senza una buona inquadratura, senza trovare la luce giusta o cercare l'aspetto poetico".

Fabio, che scatta con Canon EOS R da sei mesi, ha scoperto che le sue dimensioni ridotte lo hanno aiutato a lavorare a questa storia in modo più sensibile. "Se la storia è personale e intima, penso che una fotocamera più piccola, una mirrorless, possa aiutarti", afferma. Circa il 90% delle sue immagini sono state scattate alla sua lunghezza focale preferita con un obiettivo Canon RF 35mm F1.8 Macro IS STM. "L'obiettivo Canon EF 24mm F1.4L II USM era ottimo per i piccoli spazi", aggiunge. "Se ti trovi in ospedali e case, può essere utile un grandangolo".

 A team of nurses in protective clothing intubate a patient on a hospital bed. Photo by Fabio Bucciarelli.
Delle infermiere intubano un paziente Covid-19 in un reparto di terapia intensiva dell'ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo. Scatto realizzato con fotocamera Canon EOS R e obiettivo Canon RF 35mm F1.8 Macro IS STM a 1/160 sec, F2.2 e ISO1000. © Fabio Bucciarelli per The New York Times
Three people in protective gear help lift a woman with Covid-19 onto her bed. Photo by Fabio Bucciarelli.
Teresina Coria, 88 anni, sospetta paziente Covid-19, viene aiutata a mettersi a letto dal figlio Ezio e dai volontari della Croce Rossa nella sua casa a Pradalunga, in provincia di Bergamo. Scatto realizzato con fotocamera Canon EOS R e obiettivo Canon RF 35mm F1.8 Macro IS STM a 1/400 sec, F2.2 e ISO800. © Fabio Bucciarelli per The New York Times

Il potere delle immagini

Le riprese e le fotografie dell'epidemia di Fabio e Francesca hanno dato un'idea della devastazione che si sta verificando in Italia. Pubblicate e trasmesse a metà marzo, poche settimane dopo che l'epidemia di Covid-19 era stata dichiarata pandemia globale dall'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), sono servite da monito perché mostravano le terribili condizioni dei sistemi sanitari sovraccarichi.

"L'Italia è diventata rapidamente uno dei luoghi peggiori al mondo per il Covid-19", afferma Francesca. "Abbiamo scattato alcune delle prime immagini dei pazienti Covid-19, dei loro parenti e dei team di terapia intensiva, che hanno contribuito a informare il pubblico".

"Ho iniziato a lavorare su quest'argomento per fornire alla gente maggiori informazioni che aiutassero a capire la malattia", aggiunge Fabio. "Tutti soffrono a causa di questa epidemia, ma si tratta di un nemico invisibile. Sto cercando di aiutare la gente ad aprire gli occhi di fronte a questa crisi e a capire quanto possa essere pericoloso il virus".

Scritto da Lucy Fulford


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